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Cara Rita,

ieri 21 marzo 2012, primo giorno di primavera e Giornata mondiale della Poesia, l’Italia ha perso uno dei suoi pochi personaggi da esportazione: Tonino Guerra, sceneggiatore, poeta, architetto del paesaggio. Se ti mando questo ricordo personale non è solo perché Tonino (che ho avuto la fortuna di frequentare negli ultimi trent’anni tanto da riconoscergli un ideale ruolo di padre culturale) è stato un uomo che ha dato molto all’umanità, specie agli ultimi: “l’Omero della civiltà contadina”, l’ha definito con efficacia Elsa Morante. E’ perché in cima ai suoi pensieri c’era l’accoppiata poesia e infanzia: “E’ ai poeti e ai bambini che bisogna guardare per riscoprire l’aquilone colorato che può tornare a farci sollevare gli occhi al cielo e farci scampare al diluvio della crescente superficialità e disattenzione”, amava ripetere. E dopo un incontro che avemmo il 5 marzo 1999, sul diario di mia moglie Manuela, docente di educazione artistica, trovo appuntata questa frase: “Raccogli la fantasia dell’infanzia come se fosse la fioritura della primavera”.

Lo diceva anche nei suoi libri. L’ultimo che ho curato per la Bompiani, “POLVERE DI SOLE”, arrivato nelle librerie italiane proprio il 16 marzo scorso, giorno del suo 92mo compleanno, vede tra i titoli dei “101 racconti per riaccendere l’umanità”, storie come “L’infanzia del mondo” e come “L’orto” nelle cui ultime righe c’è parte della filosofia di vita di Tonino: “Bisogna tornare ad amare la terra, avere il godimento che ci procura la fioritura e la comparsa dei frutti e di tutte le produzioni di alimenti. Conta di più mostrare ai bambini le piante di un orto che le pagine di un libro. Riempire di stupore la fantasia dei ragazzi con lo spuntare di una foglia d’insalata e il lento appassire di un colore sul pomodoro”. E lui, con il corpo appesantito da quasi un secolo di vita, non disdegnava di partecipare in prima persona persino ai convegni di pediatria e di neonatologia, come nel 2007 a Rimini quando aveva voluto lanciare un appello a questi medici specialistici: “Ricordatevi della parola, perchè il rapporto medico paziente, anche se sui tratta di un bambino piccolo, è sempre fondamentale e garantisce il miglior risultato delle cure”.

Il corpo di Tonino non c’è più ma la sua anima, le sue parole, i suoi progetti vivono nella terra romagnola, la Valmarecchia, della quale lui è stato geniale regista. E sarebbe bello che annualmente poesia e infanzia tornassero, nel primo giorno di primavera e nella Giornata mondiale della poesia, a ritrovarsi nella valle del poeta.

Salvatore Giannella

 

I papà ci devono essere”. Anzi, dovrebbero. Dovrebbero essere presenti accanto alla madre sin dall’inizio della sua gravidanza. Infatti, la loro presenza e partecipazione deve iniziare dalla gestazione ovvero dal percorso che va dal concepimento alla nascita di un bambino o di una bambina. E, poi, di seguito, nel tempo.

La figura di riferimento paterna è essenziale, anche se non si tratta di una paternità biologica ( la maternità e la paternità non sono, infatti, determinati soltanto dall’evento biologico). Ovvero, anche se si tratta di un’adozione fatta a pochi giorni o a pochi mesi o a pochi anni dalla
nascita di un bambino o di una bambina.

Il feto “ascolta” mentre la vita prende le forme della vita nel grembo della madre e il primo suono che si incide nel cervello in formazione del feto è proprio quello della voce maschile.

Il padre che parla “al pancione” della madre, mentre la vita prende le forme della vita nel grembo materno, è, pertanto, indispensabile. Come pure che il padre segua le fasi della preparazione al parto, con la moglie o la compagna; e che egli sia in sala parto, nonostante le tante paure e disagi che possono cogliere un uomo alla vista di una donna che sta partorendo, per prendere in braccio il neonato o la neonata quando esce dal grembo della madre.

Questo per attutire il “vuoto” che si genera uscendo dal “pieno totale” del grembo materno; questo per abbracciare e far sentire subito la propria presenza ed il proprio odore al piccino/a che è venuto al mondo.

E, comunque, sin dall’inizio, il padre, ogni padre degno di tale nome, dovrebbe collaborare a far sentire un bambino o una bambina come “i benvenuti al mondo”. Attraverso la sua presenza, assistenza, collaborazione con la madre. Quando nasce un figlio o una figlia, dunque, se è
vero che i ruoli debbono essere ben definiti per costituire un valido punto di riferimento ( come dire:<< la mamma è la mamma, il padre è il
padre>> ), è altrettanto vero che le funzioni sono intercambiabili e un padre può e deve prendersi cura, insieme alla sua compagna o moglie, del bambino e/o della bambina che sono venuti al mondo per condividere il peso, la responsabilità, il piacere di crescerlo o crescerla.

I congedi parentali sul lavoro, anche per i padri oltre che per le madri, dovrebbero, soprattutto, essere legati al momento della nascita e ai primi tre anni della vita di ogni bambino. Senza penalizzare, in modo sommario ed inadeguato, il lavoro di ciascuno e, dunque,  con il contributo dello Stato. Alfine di ottenere la migliore delle attestazioni di come siano rispettati i diritti dei bambini oltre che dei loro primari bisogni e della necessità che si affermi una visione “Bambinocentrica” nelle società umane tutte. Infatti, ogni provvedimento, è realizzabile in tal senso, come già avviene, ad esempio, in Danimarca e le società umane che si organizzano, coinvolgendo e sostenendo le famiglie, anche attraverso un patto sociale con il mondo del lavoro, a tutela dell’infanzia e a tutela del mondo del lavoro stesso, sono le società più civili, umane e pacifiche.

Insomma, il padre può e deve, fin dall’inizio della vita di ogni bambino/bambina, esser presente per condividere, per partecipare, per crescere insieme alla madre, i suoi figli. Così, la simbiosi tra madre-bambino/bambina che, spesso, perdura, pur dopo la nascita, attraverso l’allattamento e le cure materne al nascituro, può essere superata e “allargata” alla presenza del padre. Ovvero alla “presenza dell’altro”, da considerarsi “ponte con il mondo”.

Intorno ed oltre l’abbraccio reintegrativo della madre, il padre deve dare la sua presenza fisica e odorifica, quella che conduce ogni creatura ad esplorare con i sensi, prima che con l’autonomia corporea, la consistenza della duplice presenza accanto a sé del padre e della madre.

E, ancora, i padri possono e debbono occuparsi dei bambini sin dalla loro nascita, svolgendo tutte quelle funzioni che non sono solo prerogative delle madri e che, anzi,  nella moderna ed odierna società, rendono e renderebbero gli uomini più consapevoli del loro effettivo ruolo, della loro umana, primaria importanza.

Gli uomini che crescono con, per, insieme ai bambini, acasa come a scuola, come nel mondo del sociale, nel mondo dell’eduzione, nel mondo dell’informazione, nel mondo del volontariato, sono uomini pacifici.

Inoltre, crescere insieme i figli, sin dall’inizio,significa prevenire lo scollamento che, spesso, con dolorosi effetti collaterali, fatti di tensioni, abbandoni, frustrazioni, isolamento, quando non tradimento del padre, si registra, proprio, nelle coppie, ogniqualvolta a motivo della nascita di un bambino, gli uomini perdono le assidue attenzione, anche sessuali, della propria moglie e/o compagna.

Un padre che, allora, si ponga l’obiettivo, anche informandosi e, soprattutto, formandosi, insieme alla moglie o compagna, di amare, allevare, educare, custodire con quotidiana costanza, i suoi figli in crescita, è quanto di meglio le società umane e, in esse, le donne, possono sperare.

Per ancorare, supportare, incoraggiare, indirizzare, radicare, ogni miglioramento futuro del mondo, ogni crescita del potenziale umano e prevenire il malessere sociale e la presenza e l’affermazione dell’inquieto  ospite “nichilista” che assedia e, vieppiù, assedierà le attuali società e quelle del futuro, qualora tale trasformazione non venisse a determinarsi.

Non si consideri questa un’utopia (anche se, come scrive Oscar Wilde: “Una mappa del mondo che non preveda il paese dell’utopia
non merita neanche uno sguardo!”), bensì la profonda convinzione che allevare i  figli insieme e nel modo migliore rappresenta un compito di rilevante importanza che richiede un tale costante impegno, tali capacità, competenze, alleanze, disponibilità della mente e del cuore, da essere superiore e primario rispetto ad ogni altro potere, ad ogni altra impresa, costruzione, opera artistica, scientifica, economica, spirituale, umana.

Poiché i bambini sono l’oro ed il petrolio del mondo.

E bisogna passare da una visione dell’economia mondiale fondata sul potere negativo, i potentati, le lobbies, lo sfruttamento degli esseri umani, la mercificazione, la violenza dell’indifferenza, della solitudine, del primato del danaro sull’amore, ad una visione “Bambinocentrica”
dell’esistenza affettiva, sociale, culturale, economica, spirituale. Umana.  Di ciascuno e di tutti. In tutte le umane società del mondo.

Così da poter compiere quella rivoluzione del cuore che il mondo da sempre attende per mettere Radici ed avere Ali.

Viva la festa del Papà. Un augurio ai papà che sono vicini ai propri figli o che sono lontani da loro.

Ai papà che ci sono e a quelli che non sono, e , anzi, che in qualche caso non hanno proprio voluto esserci.

Da domani, pubblicheremo tutti i contributi che saranno giunti alla Fondazione Movimento Bambino e, soprattutto, la “lettera di Jonathan” al suo papà che non c’è. E, ancora, la favola che la mamma ha inventato per fargli accettare  di non essere stato riconosciuto.

I papà ci devono essere.

La storia segreta delle arance e dei limoni

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Una favola surreale e ambientalista di Antonio Sassone

Ma quando fiorisci? – chiese in tono di sfida il signor Arrangio al signor  Limonio  che gli stava gomito a gomito  nel  giardino.

Ma, non lo so – rispose Limonio, non senza un certo imbarazzo.

Arrangio  esibiva tanti fiorellini, piccoli ma numerosi, sparsi per tutti i rami che lo infiocchettavano  come  un pacco  da regalo.  

Guarda  me – replicò  – Guardami.  Siamo appena agli inizi della primavera e già sono tutto adornato e profumato.

Non ti dar pensiero per me – si fece forza  Limonio – Io non so quando emetto i fiori. Nessuno me lo ha detto. Lo chiederò a papà Limonon e a mamma Limonel.  Ma quando i fiori spuntano, anche se non lo so, non ho il calendario, me lo sento. Oh! Oh! Se lo sento.

Poverello – lo compatì Arrangio – Io non posso stare a contarli ad uno ad uno i fiori. Scoppiano come  palloncini, senza che  me ne accorga. Mi addormento la sera e la mattina me li trovo spuntati e arzilli, piccoli, eh, ma che già le api vi ronzano attorno per assaporarli e succhiarli.

Per giorni e notti Limonio non dormì. La stagione era incerta. Il caldo non si percepiva, c’era vento e a tratti pioveva. Dello sfottò con Arrangio avrebbe  voluto parlarne con la moglie Lemonene , ma temeva di essere preso per sciocco. Comunque era tormentato dal pensiero della fioritura. Spiava Arrangio e lo vedeva sempre più agghindato come una ballerina di flamengo o una gitana. Perché suo padre e sua madre non gliene avevano mai parlato, non gli avevano mai detto come e quando nascono i fiori? Una mattina Limonio si svegliò ed ebbe subito la sensazione che qualcosa fosse accaduto, come quando spunta la luna e si riflette nel mare o quando spuntano le stelle ed è  il cielo che fiorisce di luci. Sentiva un flusso caldo venirgli su  dal basso, dalle radici. Avvertiva qua e là come un respiro, un soffio. Ma non dovette interrogarsi molto. Che avesse avuto una prima fioritura lo capì dal fatto che il vicino cercava di guardarlo senza farsi notare. Spiava, spiava.

Li vedi? – lo apostrofò Limonio, che non poteva più sopportare quell’atteggiamento di  falsità e di invidia che si andava facendo pesante.

Che cosa? – chiese Arrangio

Come, che cosa,  i fiori, no?

Ah, i fiori. Ma dove sono? Manco si vedono per quanto sono microscopici. Guarda me. Sono rivestito. Porto il manto del re. Ci vorrebbe un pittore che mi facesse un quadro. O un fotografo che mi riprendesse da tutti i lati.   

Limonio si ritirò in santa pace nel suo angolo, a consolarsi della sua minifioritura, Nel cuor suo si augurava che venisse un forte vento in modo da scuotere gli alberi e facesse cadere tutti i fiori prima che potessero essere tagliati a mazzetti e destinati alle spose di famiglia e ai clienti. Ma dentro di sé, malgrado tutto, era costretto ad ammettere che Arrangio fiorito quasi di colpo era uno spettacolo. Si vedeva. E oltre a vedersi, si sentiva per la fragranza che si diffondeva nell’aria, per quel profumo così intenso, che faceva svenire di piacere, che provocava ebbrezza. Invidiava Arrangio, lo immaginava felice con la moglie Arcaquela.

Una mattina venne il padrone del giardino, col suo solito gilet a quadri,  gli stivali e la coppola. Non era solo. Accanto gli stava un uomo tarchiato, basso, col capo coperto da un cappello di lana, le mani infilate in guanti  gialli,  un grembiule di cuoio annodato al collo e lungo fino alle ginocchia. Ma a preoccupare Arrangio  erano le grosse cesoie che quell’uomo dai baffi a manubrio maneggiava per aria tra il pollice e l’indice allo stesso modo con cui lisciava i suoi baffi spioventi.  Dietro a loro, pronta a seguirli passo passo, una donna con un fazzoletto colorato in testa e una sporta tra le braccia.

-Ecco, Carmelo, taglia qui – diceva il signore col gilè, con tono da comando. – Taglia bei rametti tutto fiori e poco legno, no,no, quelli striminziti,no, quelli con i fiorellini appassiti, no. Ecco, sì, quello sì, quell’altro pure.

Arrangio tremava tutto, aveva paura che lo spogliassero e lo lasciassero nudo come un verme, col corpo del tronco  esposto al freddo. E senza che i fiori si tramutassero in frutti. Pure Limonio aveva paura. Paura che lo stesso trattamento lo facessero a lui, ora che i fiorellini si andavano moltiplicando, ne uscivano di nuovi  ogni settimana, a volte a mazzetti, a ridosso l’uno dell’altro come a proteggersi come i fratelli che dormono gli uni sugli altri quando non ci sono le coperte.

-Basta così – disse nel frattempo l’uomo col gilè che evidentemente era  il padrone.

Sì, signor Anacleto – rispose il giardiniere. Anacleto diede un’occhiata al cesto e credette  in cuor suo di potersi ritenere soddisfatto. Immaginò che la figlia sarebbe stata uno splendore nel suo lungo abito bianco e  con la corona bianca dei fiori d’ arancio. E che poi sarebbero venute molte clienti a chiedere i fiori d’arancio per  il matrimonio delle ragazze. Anacleto era sicuro che sua  moglie lo avrebbe lodato. Quando scomparve oltre l’aranciera,  Arrangio tirò un grosso sospiro di sollievo. E anche Limonio si sentì liberato.

Venne l’estate e giorno dopo giorno, notte dopo notte Arrangio vedeva che su  ogni fiore si innestava  una pallina piccina piccina, tonda tonda, liscia liscia, di un intenso colore verde che quasi non si distingueva  se non per la forma dalle belle foglie triangolari  che costituivano il suo abito in ogni stagione. Il suo come quello del vicino Limonio, col quale – decise – non era il caso di impiantare questioni di prestigio, tanto meno essere arrogante, aggressivo, offensivo. E ancor meno litigare, giacché potevano  tutti e due incorrere nello stesso destino: essere spogliati di tutto. E poi proprio ora che anche Limonio emetteva di giorno in giorno nuovi fiorellini, bianchi e lunghi, ma come incapsulati in una camicina o in una piccola corazza quasi a protezione.

E’ diverso però il ritmo e il tempo di crescita di chi nasce, di chi deve maturare, di chi deve presentarsi compiuto, di bell’aspetto, elegante per essere cercato, voluto e assegnato  ai compiti che gli spettano.     Arance e  limoni nascono dai fiori in tempi diversi. Chi prima e chi dopo. Chi si forma prima, cresce prima e matura prima.     Primogeniti, secondogeniti,  successivi.  A volte si nasce in coppia, gemelli. Succede pure ai limoni e chissà se si rubano il succo dalla pianta-madre. Se sgomitano. Se si danno calci, Se soffrono quando vengono separati. Se preferiscono finire insieme. Se l’uno si gloria con l’altro vantando doti maggiori, più sostanza, ossia più umore per condire. 

Un giorno, in autunno inoltrato, la primogenita di Arrangio chiamò il primogenito di Limonio.

-Ciao – gli disse – io mi chiamo Rosetta – sto qui in alto in alto, guardami.  Sto all’attico. Anzi sto al superattico. E la mattina mi bacia il sole col suo primo raggio. Bacia solo me. Io non ho bisogno di scostare le tendine, di spostare i rami con le foglie per essere baciata dal Re Sole. Perciò  sono rossa, fulgida, brillo e sono di  fuoco.  E tu come ti chiami?

-Lionardo – rispose con gentilezza e con un po’ di emozione il primogenito di Limonio e Lemonene.

 – Mi chiamo Lionardo. E quanto ad altezza non mi posso lamentare. Sono alto e lungo abbastanza.

- E io mi chiamo Rosina  – si sentì una voce che veniva dal basso. Era l’arancia che stava nel punto più basso, ma così basso che appena appena si staccava dal terreno, più basso che neanche i bassi di Napoli sono così bassi, perché hanno la soglia.

- Ah, figurati, sei così in basso che tutti ti possono guardare, ma passano e se vanno – la schernì la sorella che abitava all’attico.

- Lo dici tu – replicò  Rosina – A me mi ammirano tutti. Mi guardano, mi palpano, mi danno dei buffetti, mi strizzano leggermente con il pollice e l’indice. Che emozione. Che sfregatura. Come se mi volessero levare qualche pellicina, ma io peli non ne ho. Sono proprio liscia come devo essere.

- E io allora che devo dire ?-  intervenne da un ramo a metà  condominio Rosangela -  A me l’altra mattina mi è venuto a baciare un merlo. Quant’era bello. Il suo viso, pardòn, il suo beccuccio, era sottile e colorato. Puntava, puntava, mi girava da tutte le parti. Fino a che non gli ho detto: guarda che mi fai male. Avevo paura che mi facesse un taglio, una ferita, che potessi perdere sangue, pardòn, umore e poi cadere per terra prima del tempo dove mi avrebbero raccolto solo per buttarmi via.

 Com’era quel merlo ? – chiese dalla parte opposta  Rosaria  – Quando torna, se torna, fallo passare da me. Io sono dalla parte del buio. A me mi bacia solo la luna. Ma non gradisco i suoi raggi. Sono troppo languidi. Però anche se sono all’ombra, sono purpurea da tutte le guance e quando mi vedono tutti mi vogliono.

-I raggi della luna lasciatemeli a me – disse il limone Lelelao, che abitava dalla stessa parte di Rosaria . Anzi quando spunta la luna e diventa piena piena, col viso illuminato come il tuo, io ti canterò una canzone e mi piegherò fino a te, con la mia forza, per baciarti.

Tutte le arance e tutti i limoni sentendo queste confidenze intonarono bellissime canzoni. Si misero a ballare tutti insieme perché il vento smuoveva i rami di qua e di là e traeva una musica di violini. Alla fine scoppiarono tutti in croscianti applausi fino a che intervenne Arrangio con Arcaquela per far tacere tutti, perché due delle figlie, Rosolella e Rosabella, erano malate, forse un virus o forse per l’attacco di sparvieri o piccioni, che  avevano procurato loro forti ferite e lacerazioni, fino a farle sanguinare

-Abbiamo paura per loro. Chissà se guariranno o se ci dovranno lasciare prima del tempo.

Venne il tempo di Natale. Le arance e  i limoni furono staccati ad una ad una, dall’attico ai bassi, dalle ruvide mani di  Carmelo e Anacleto e adagiati in ampi cesti e panieri portati dalle donne di casa. Furono assegnati a uno dei più grandi e lussuosi alberghi della città e  sistemati in due grandi vasi di vetro,su  due preziosi tavoli. Il rosso a fianco del giallo.  Vicini come i loro genitori alberi e come loro quando erano giovani. Passavano importanti personaggi, diplomatici, attrici, cantanti, calciatori, uomini d’affari. Tutti vestiti con grande eleganza. Le donne in abito lungo, gli uomini in smoking. Si fermavano e dicevano: che belle queste arance. E le arance risplendevano di piacere e di gioia. Altri dicevano: che belli questi limoni.  E i limoni emettevano lampi di luce.  Di volta in volta una signora o un signore chiedeva: posso prenderne una? Posso prenderne uno? Gli inservienti, i camerieri erano cortesi m fermi. Rispondevano: no, sono qui solo per bellezza, per un augurio. A queste risposte le arance si gonfiavano il petto e i limoni distendevano i pettorali. Arance e limoni si volevano bene. Si amavano.      

Editoriale di Margherita De Bac

La giornata delle malattie rare, lo scorso 29 febbraio, è stata un incalzare di appuntamenti che hanno riempito tutta la settimana.

Personalmente avevo scelto già in partenza, non potendomi dividere, che avrei limitato il mio impegno a due avvenimenti. Il convegno dell’Istituto Superiore di Sanità, molto interessante e utile dal punto di vista giornalistico. E l’inaugurazione dello sportello per le malattie rare del Policlinico Umberto I dove il rettore Luigi Frati ha richiesto il mio ruolo di coordinatrice.

Non avevo messo in programma la presentazione dell’intergruppo parlamentare a favore delle malattie rare alla quale ho aderito all’ultimo momento su invito di Paola Binetti, una delle deputate che hanno dato vita all’iniziativa.

Di sicuro tutte le altre manifestazioni saranno stati efficaci e avranno contribuito a sostenere la causa delle malattie rare sebbene abbia avuto l’impressione che il calendario contenesse diversi incontri e manifestazioni già visti, già sentiti e dunque ripetitivi e inutili ai fini dell’obiettivi che si vuole raggiungere, la sensibilizzazione di cittadini, politici e medici. I personaggi che si mostrano, che parlano e che pontificano sono sempre gli stessi e questo rischia di trasmettere all’opinione pubblica un concetto sbagliato. Che cioè il mondo delle malattie rare sia una parrocchietta chiusa all’interno della quale si siano creati degli interessi. Dove le associazioni hanno smesso di svolgere il ruolo di associazioni e parlano ormai il linguaggio politichese. Dove certi medici approfittano delle malattie rare per mettersi in vetrina e così centri di ricerca, istituzioni, figure di tecnici.

Credo che dopo tre giornate mondiali sia davvero venuto il momento di rinnovarsi e rinnovare messaggio. E di cambiare musica. Basta con i soliti bla bla. Abbiamo visto, ad esempio, che non si può più affermare che in Italia le famiglie coinvolte sono tre milioni. La stima andrebbe corretta. Ciò non significherebbe sminuire la portata del problema, assolutamente, darebbe però al fenomeno un profilo più definito e scientifico. Bisogna senz’altro sfruttare questo momento per compiere il salto di qualità. Diverse persone sapendo che me ne occupo mi sono venute a chiedere informazioni sulle malattie rare dopo averne letto su giornali o aver visto servizi in tivù. Buon segno. Vuol dire che le due paroline (a proposito ma siamo tanto sicuri che sia bene continuare a usare il termine malattie rare?) sono penetrate nell’orecchio dell’opinione pubblica.

Il ministro della Salute Renato Balduzzi ha confermato poi la sua volontà di fare davvero qualcosa a cominciare dallo sblocco dei nuovi Lea (l’elenco delle prestazioni dovute al cittadino dal servizio sanitario e tra queste le cure per altre 109 malattie rare). Il nostro portale lo ringrazia ancora una volta per aver partecipato alla video chat, sua prima esperienza del genere. Tante persone ancora mi cercano per comunicarmi la loro emozione di aver potuto conversare con un ministro e avere risposte da lui. Ora giriamo pagina e pensiamo ai progetti che si realizzeranno.

Tengo da parte il materiale sulle iniziative annunciate nel 2012 così il prossimo anno vedremo cosa è stato fatto e cosa no.

Il mondo  gira  intorno al corpo delle donne, contenitore primario delle forme che danno forma alla vita.

Chi nasce dalla madre-matrice, se è una neonata, porta “in nuce” il corpo della madre già tracciato sul suo corpo: avrà il seno che allatta, il grembo che accoglie. Una volta uscita dal grembo della madre , la neonata si prepara ad essere la donna che darà vita alla continuità della vita. O, se non sarà madre, con il suo corpo e le sue forme, ricorderà a se stessa e agli altri la matrice dell’origine. Per i neonati è diverso. Essi nascono con un corpo che crescendo si preparerà, nelle  sue forme, a continuare,al maschile  la semina di vita nel corpo delle donne. Vorrà, così, tornare ogni volta al corpo delle donne per “reinfetarsi”, per essere nuovamente accolto nel “Paradiso Perduto” il “The Paradise lost” del grembo nel quale aspira a ritornare. I corpi delle donne sono un’immagine primaria dominante nella mente dei maschi  bambini che crescono. Come Ulisse essi, malinconici guerrieri, vorranno sempre tornare ad Itaca   per liberare quel grembo- isola, un tempo lasciata per andare ad esplorare il mondo, a conoscerlo, a combattere, da ogni presenza  che non sia il loro nostalgico, guerriero, appassionato maschile. Così, la vera storia degli esseri umani inizia dal matriarcato, dal corpo  deificato della dea-madre e dalla sua straordinaria capacità di essere un laboratorio biochimico che produce “animus” ed “anima”. Pertanto le donne sono leva del cambiamento del mondo. “Datemi una leva e vi solleverà il mondo” esclamava Archimede. Quella leva capace di trasformare nella famiglia (microcosmo) come nel sociale (macrocosmo) le società umane, sono le donne. Però, le donne umiliate, aggredite, offese, negate, legalmente misconosciute, perseguitate come prede, sacrificate e violate non possono assolvere a tale compito. I loro figli porteranno sempre nel cuore le tracce dei loro tormenti. Il mondo sarà , pertanto, felice solo se le donne  saranno felici di essere donne.     

Prof.ssa Maria Rita Parsi