Un metodo che recupera l'originalità e la potenzialità del pensiero creativo infantile per arricchire la capacità relazionale.
Da bambini impariamo che la mela, la pera, l'uva, l'arancia appartengono tutti alla stessa categoria, quella dei frutti. Da bambini impariamo anche che il sorriso, una parola dolce, uno sguardo attento e sereno, un abbraccio, una carezza, un regalo possono rientrare all'interno della categoria affetto. Impariamo che possiamo fidarci di chi si comporta così con noi.
Ma se da bambini osserviamo un digrignare di denti, sentiamo un urlo, siamo colpiti o schiaffeggiati, minacciati o aggrediti, impariamo che questi elementi fanno parte della categoria pericolo e quindi ci difendiamo, aggredendo, fuggendo, negando il problema, facendo finta di niente, meditando vendetta. Se la nostra infanzia è caratterizzata da eventi e rapporti positivi, le basi del nostro pensiero, le fondamenta della nostra esperienza nel mondo porteranno le tracce e i segni indelebili, sia nella mente sia nel corpo, della positività della vita. Il bambino, che si sente appagato nei suoi bisogni primari, che si sente sicuro, accettato, compreso e amato, ha sperimentato e porta nella memoria il pensiero che la vita può essere bella.
I modelli educativi che guidano il rapporto tra adulti e bambini sono spesso elaborati e proposti secondo gli interessi e gli obiettivi degli adulti. I bisogni e i desideri dei bambini vengono ritenuti irrazionali, strani. I capricci dei bambini, di ognuno di noi da bambino, sono il classico esempio di richieste che l'adulto considera immotivate ed eccessive. Il bambino capriccioso deve, quindi, essere corretto, contenuto, punito.
Ma dietro a una richiesta non esaudita si cela già un rapporto domanda-risposta alterato. La strada che può ristabilire l'equilibrio nella comunicazione adulto-bambino non può che prendere in considerazione entrambi i protagonisti. E. Berne nel suo libro "A che gioco giochiamo?” sottolinea che i giochi di relazione si giocano almeno in due, per definizione.
Consideriamo l'atteggiamento del genitore che si occupa e preoccupa del proprio bambino unicamente o principalmente quando il piccolo sta male o mostra sofferenza.
La malattia del bambino genera l'attenzione del genitore più della sua salute e questo, con buona probabilità, indurrà il bambino a coltivare, attendere e prolungare i suoi momenti di malessere, perché creerà associazioni di pensiero come: malattia - compagnia; salute - solitudine; malessere - attenzioni particolari; salute - puoi fare da solo.
Ma il bambino, ognuno di noi da bambino, ha bisogno di essere sostenuto, curato, incitato, accompagnato nella crescita, ha bisogno di protezione e di modelli in cui identificarsi. Ha bisogno dei grandi per diventare grande, ha bisogno di sentirsi protetto e importante perché possa riconoscere e sviluppare in sé l'idea, il pensiero, il sentimento, il significato del suo vivere e del suo diritto di esistere.
Laddove il mondo e le dinamiche infantili invadono la condizione adulta alterandola e nevrotizzandola, è necessario rimediare con la crescita. Essa avviene soltanto quando il soggetto si conosce e può specchiarsi interamente sia come bambino sia come adulto. Ma l'analisi e la chiarificazione dei vissuti infantili e di come questi si ripropongono nella vita adulta non è l'obiettivo finale della psicoanimazione. Analisi e consapevolezza sono unicamente l'inizio di un processo terapeutico che ha come obiettivo la realizzazione individuale, e/o collettiva, di un rapporto armonico con se stessi e con l'ambiente. La metodologia della psicoanimazione, perciò, segue un percorso che si snoda attraverso cinque fasi successive che dal vissuto individuale e familiare portano gli individui ad aprirsi alla condivisione, al sentimento e al riconoscimento della socialità.
La psicoanimazione ha come momento centrale la produzione creativa perché, se gli obiettivi di questo processo sono il cambiamento, la trasformazione, la crescita, non è sufficiente riconoscere e portare alla consapevolezza le cause del malessere psicoaffettivo o psicofisico. È fondamentale elaborare una soluzione, sperimentarla e verificarne i risultati (vedi una delle tecniche centrali della psicoanimazione: Soluzioni di vita).
Solo un'esperienza positiva, nuova e consapevole, volontariamente e ripetutamente cercata, costruita e vissuta, può servire ad elaborare e risolvere la ferita dell'infanzia. L'antico pensiero tracciato dolorosamente nella memoria del corpo, della mente e dell'immaginario può essere integrato e sostituito da un nuovo pensiero, da una nuova traccia che porta i segni di una soluzione realmente sperimentata, non più solamente sperata o fantasticata. Per poter elaborare nuove soluzioni dobbiamo fare appello al pensiero creativo. Un pensiero anticonformista, al di fuori degli schemi, originale. Un pensiero del tutto simile al pensiero dei bambini, capace di rivedere e riutilizzare, in forme nuove e diverse, gli elementi della vita di sempre.
Ma il Pensiero Bambino è spesso lontano, nascosto, sommerso nella mente e nell'animo degli adulti. Così, in psicoanimazione, sono state elaborate e messe a punto 77 tecniche che costituiscono uno strumento di approfondimento, di scoperta, di crescita per tutti coloro che hanno difficoltà ad esprimere il loro pensiero creativo, che sono ingabbiati nell'antico dolore e che, inconsciamente, sono costretti a ripetere vecchi copioni mai risolti. Ciascuna di queste tecniche, articolata secondo le fasi precedentemente esposte, utilizza i diversi linguaggi della comunicazione e dell'integrazione sociale.
Gli studi di psicologia sperimentale e delle scienze dell'educazione hanno dimostrato che ognuno di noi è sensibile, in maniera differenziata, ai vari canali di comunicazione: c'è chi predilige il canale uditivo, chi quello verbale, chi quello visivo, chi quello tattile. Utilizzando tutti i linguaggi lo psicoanimatore riesce a entrare in contatto con i singoli o con i gruppi in maniera autentica. Utilizzando nuovi linguaggi, come quelli legati alle moderne tecnologie, i soggetti o i gruppi possono sperimentare forme di comunicazione diverse e arricchire le proprie capacità relazionali.
Su queste basi poggia l'elaborazione metodologica della psicoanimazione-terapia a mediazione creativo corporea che si ispira e si collega alla psicologia umanistica Americana, Europea, Italiana e che elabora ed integra l'impostazione teorica e metodologica dell'animazione culturale francese ed italiana, dello psicodramma e del sociodramma Moreniano.
Recuperare il Pensiero Bambino, illuminare l'infanzia, significa, in psicoanimazione, decodificare, analizzandoli, gli scenari (gli schermi) che hanno caratterizzato la vita infantile collegandoli a quelli che caratterizzano la vita adulta.
L'infanzia è attesa di eventi luminosi e lieti, eroici, santi e belli. Ma se l'infanzia è stata buia, triste, grigia, spaventata, non vi sarà drago, fantasma o mostro all'improvviso sconfitto: nessuna luce, l'adulto cresce ma, dentro di lui, il bambino aspetta murato nel semisonno dell' attesa. Aspetta che l'infanzia sia magica, bella e santa. Bisogna illuminare l'infanzia per farlo crescere. Il malessere psicofisico di molti adulti è il malessere del bambino che l'adulto porta in sé, ancora impaurito, sospettoso, insicuro.
Il bambino dentro di noi desidera che il problema infantile sia risolto e, quindi, spinge l'adulto a ricercare situazioni analoghe, nella speranza e nell'illusione di risolverle. Un bambino che ha avuto genitori poco attenti, anaffettivi, disturbati, in conflitto tra loro, potrà essere un adulto attratto da persone che si mostrano interessate a lui, spinto dal desiderio e dall'illusione di riuscire finalmente a suscitare negli altri sentimenti di affetto e di tutela. In questo suo sforzo potrà raggiungere il suo obiettivo conquistando l'attenzione dell'altro, oppure cadere in un ulteriore fallimento che potrebbe aggravare il suo senso di solitudine.
Ma la nuova conquista sarà, comunque, una copia, un sostituto dell'originale e, a lungo andare, non potrà comunque sanare l'antico vuoto.
Nella vita quotidiana riconosciamo gli oggetti e li raggruppiamo in categorie astratte.
Altrettanto utile è rapportarci a noi stessi, agli altri e al mondo nel modo che ci appartiene e che conosciamo bene, in quel modo tutto nostro che possiamo definire carattere.
Ipotizziamo però che qualcuno ci abbia fornito, anche attraverso l’esempio, un'informazione errata: ad esempio sull'uso delle posate, ci abbia educato cioè a non impugnare le forchette con tutta la mano. Nel momento del confronto con gli altri, ad esempio a scuola, noteremo che il loro comportamento è diverso. Ormai però a noi viene spontaneo e più comodo usare le posate come ci è stato insegnato. Da bambini possiamo essere stati educati a diffidare degli altri, ad avere attenzione ai nostri bisogni solo nei momenti di sofferenza, a pensare che valiamo poco, che nessuno è interessato a noi. Da adulti possiamo notare che altri adulti si fidano, sono allegri, prendono la vita diversamente. Concludiamo, però che ormai siamo fatti così, è il nostro carattere.
La rigidità del pensiero adulto, invece, può essere superata e risolta recuperando e stimolando in noi il Pensiero Bambino, la voce di quella parte bambina che è racchiusa dentro di noi.